adele
alessandrosala
allafinestra
avorio nero
bartleby
il bradipo
juppy
la marghe
leo la spugna
nano
pepperalan
Tettais
things_seen_above
velovalie
visitato *loading* volte
Ogni stagione ha la sua. Quest'anno, ad esempio, parrebbe decisamente out non avere avuto un Babbo Natale che si sia arrampicato al proprio balcone. Terribilmente in sono invece i fortunati che hanno avuto un Babbo Natale rapito dal Movimento per la liberazione dei Babbi Natale da terrazzo, nato in terra bergamasca. Io sono abbastanza in perché un barbuto si è piazzato sulla mia ringhiera da dicembre alla Befana, ma un po' out perché nessuno me l'ha sequestrato (pur abitando io in terra bergamasca). Eccezionale, comunque, secondo la migliore tradizione italica delle lotte intestine, il fatto che il Malag, il Movimento autonomo per la liberazione delle anime da giardino, abbia voluto prendere le distanze dall'iniziativa.
Sì, sì, lo so che ho rotto i coglioni con sta storia delle foglie ancora sugli alberi e degli orsi che non vanno in letargo. Lo so che la natura, dalla res cogitans di Cartesio in poi, non è più di moda. So tutto questo e anche che le proteste degli ambientalisti contro le pellicce o contro la caccia alle balene sanno di rincorsa ai mulini a vento. Però credo fermamente che nella natura ci sia una logica ferrea, almeno pari a quella che regola le macchine, e che se qualcosa si inceppa è perchè è successo qualcosa di grave.
Non posso credere che in pieno inverno a Madonna di Campiglio un'orsa va farsi un giro coi suoi due cuccioli sulle piste da sci invece di starsene a dormire. Non posso credere che i merli costruiscono i nidi in pieno inverno, né che i ciliegi fioriscono da Bonn a New York, in gennaio. Gli orsi polari non sono mai morti per annegamento, fino al giorno in cui il ghiaccio del pack si è sciolto all'improvviso per il troppo caldo, a decine di chilometri dalla costa, e quelli non ce l'hanno fatta a tornare. A casa mia fa un caldo boia, la sciarpa mi fa solo sudare e sul soffitto ci sono due zanzare. Dormo con le finestre aperte, e di certo non per bullarmi da solo davanti allo specchio, che già mi ammalo spesso.
C'era un articolo stupendo su Repubblica, giovedì. Lo ha scritto Paolo Rumiz, che raccontava di essere stato sul ghiacciao dell'Adamello, l'8 gennaio: alle 5 di mattina, gradi +2, metri 2.600 s.l.m Tutto intorno niente neve a coprire il gigante che piange, ma solo ghiaccio traslucido al chiaro di luna. Niente silenzio, ma solo un frastuono di ruscelli che erodono, sciolgono, incidono il gigante che muore. Da anni ormai il nord soffre di carenza idrica, tanto che a breve non è assurdo pensare alle prime privatizzazioni dell'acqua. E intanto, diceva la guida alpina che c'era con Rumiz, l'acqua è usata per sparare neve artificiale. Sulla Marmolada che scompare la gente si fa portare in elicottero per godersi l'ultima neve, mentre le marmotte che non dormono stanno a guardare. "Tutto per quattro fighettoni". Non mi ha mai convinto chi davanti a un problema invoca subito lo Stato, e poiché credo che serva, senza pretendere uno scrosciar di applausi, penso che - io - non andrò più a sciare.

E' un Natale un po' strano, questo. Per la prima volta, beandomi del primo stipendio, ho fatto shopping come tutti i comuni mortali, trovandomi costretto a smettere i panni dello snob anticonsumismo e ad ammettere che sì, le compere di sabato 23 sono segno di vocazione al martirio. Poi - lo ripeto - sugli alberi continuano ad esserci foglie verdi come l'insalata Esselunga: c'è da aspettarsi che per i giorni della merla si rifarà il cambio degli armadi e che ad aprile si berranno birre ghiacciate sul balcone. A dirla tutta, su Libero di oggi c'era pure un articolo sul campionato di Luciano Moggi, sempre gradevole come un viaggio premio a Chernobyl. Ma quando sono tornato a casa, dalla tele veniva musica di Natale: così rassicurante, così irresistibilmente America patinata anni '50. La solita, sana scazzottata tra fratelli, così, giusto per scaricare un po' di testosterone. Qui un gatto peloso dorme, lì il presepe. Odore di cibarie, il telefono che squilla in continuazione. E fuori, stanotte, un cielo grande e magnifico che fa quasi paura, così degno del Nazareno.
In fondo, quando le foglie sono ancora sugli alberi a metà dicembre, come in piazza Piola, o gli orsi non vanno in letargo per il troppo caldo, come in Siberia, alcune certezze se ne vanno per strada. Un po’ come le immagini dal finestrino dell'auto. Ho parlato del mestiere con un bravo giornalista: di grandi giornali che hanno fatto scuola, e di grandi professionisti che in quelle scuole sono cresciuti. E, con mia grande sorpresa, ho visto il cinismo uscito dalla porta rientrare da una finestra molto più grande. "Non puoi far piangere chi legge, se per avere la notizia hai dovuto piangere tu", mi ha detto. Fuor di metafora: ci vuole cinismo nell'avere la notizia. Pochi scrupoli verso le persone. A volte, poco rispetto.
E allora dove lo mettiamo Il cinico non è adatto a questo mestiere, di cui ci riempiamo la bocca come il cattolico fa con l'amore per la vita davanti a Giorgio Welby? In realtà - ho pensato - la via d'uscita c'è, e ce la dovrebbe dare Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Ovvero, il cinismo serve proprio per ottenere la notizia, ma va abbattuto quando la si racconta. "Kapuscinski aveva un pelo sullo stomaco alto così per infilarsi in quelle situazioni", mi ha ripetuto il giornalista. Ma mai, in effetti, ho pensato che fosse un cinico. Cinismo a fin di bene, verrebbe da dire. E così via a parlare di quei grandi cinici di quella grande scuola: Carlo Rossella, Claudio Rinaldi, Giulio Anselmi, tutti "spostati", a suo dire, tutti "cattivi, alcuni cattivissimi; tutti svezzati alla corte di Lamberto Sechi. Tutti cinici.
Qual è il mio contributo al tema? Non ho ancora avuto modo di capirlo, ma spero arrivi presto il momento per farlo. Spero di non avere intorno, a garantirmi che presto sarà il mio turno, incantatori di serpenti che si riveleranno ciarlatani. Che vorrei guardarmi allo specchio e darmi del cinico, una volta, prima di svegliarmi e capire che quel che mi avevano dato era solo vino d'estate.

Personalmente, trovo esilarante che l'uomo vivente più sexy del mondo abbia visto, nella sua vita, un abisso simile:


Scriveva Mario Luzi, nella prefazione alle Poesie di Arthur Rimbaud, che la sua opera "prende l'avvio da una incomparabile naturalezza e libertà di sollecitazioni espressive concrete, al punto da porgere le cose, sensibilmente, dentro le parole che usa. Si direbbe che la parola si risveglia dalla sua tradizionale funzione evocativa e simbolica per avvivarsi immedesimandosi con la cosa presente". E mentre leggevo, sul treno che mi portava a casa, pensavo che lo stesso mi sentivo di dirlo di Oriana Fallaci. L'opinione che mi sono fatto di lei, del tutto personale, è che negli ultimi anni l'età, la malattia e una forma di delusione che un carattere tempestoso può maturare nei confronti della realtà che non asseconda il pensiero, abbiano fatto sì che il suo modo di comunicare travolgesse i contenuti delle riflessioni. Che la violenza verbale sia diventata fastidiosa al punto di toglierle autorevolezza. Che, per intenderci, il rigetto dei no global abbia attecchito su di me con qualcosa in più di un prurito che passa dopo essersi grattati. Ma in questi giorni, in ufficio, abbiamo spulciato a lungo tra le pagine fragili e ingiallite dei vecchi numeri dell'Europeo, per cui aveva scritto, e ciò che fino a quel momento era in me sotto forma di sentito dire ha preso una piega molto più convincente. Convincendomi che la Fallaci era non solo una penna straordinaria (e lo dico ancora: stra-or-di-na-ri-a), ma anche, ebbene sì, una donna dolce. Brillante, ovvio, e molto. Ma dolce. E, francamente, questo non me l'aspettavo. Non dirò di quello che scrisse dopo la morte del suo Alekos Panagulis, lucido da far male, né delle pagine all'indomani della morte di Pasolini, struggenti fino alle lacrime. Dirò soltanto che, come usava le parole lei nel giornalismo italiano, forse solo Rimbaud nella poesia del suo tempo. Sarà che a volte uno sgrana gli occhi e dice che no, qui ha inventato qualcosa; sarà che, come disse Missiroli, "era una che si scriveva addosso"; sarà che la sua presenza, negli articoli, si sentiva eccome; sarà, sarà, sarà tutto quello che volete, ma quando uno legge di Pasolini, di Golda Meir, di Givenchy, di Andreotti e Donat Cattin, del capo della Cia William Colby, ecco, lì un po' intuisce il superomismo. Come quando diceva, anzi strillava, compiacendosi: "io sono più brava di Hemingway, sono più brava". Risfoglio Per chi suona la campana, Il vecchio e il mare, Fiesta, e mi convinco che aveva ragione, perché aveva dalla sua una forza e un'immediatezza della parola non comuni (esattamente quella cosa che, detto tra noi, uno le invidia perché sente che non ce l'ha, maledizione. E io lì, sulle sue pagine, a bocca aperta a ripetermi ma come fa?, ma come?, e ad ammirare la sua intelligenza, il suo acume, la sua - perché no? - perfidia femminile, quella che a volte funziona, secondo il principio che a pensar male spesso ci s'azzecca).
Un anno fa trovavo casa a New York. Ero sbarcato da una settimana e ricordo chiaro come il sole che i giorni prima del trasloco dal mio alloggio provvisorio erano stati quelli in cui la città stava prendendo il sopravvento sull'abitudine a dimensioni urbane più agili da gestire. Grattacieli, la folla immensa, puzze, quel rantolo, quel respiro senza origine, le prospettive, i negri, il fracasso eterno della metropolitana, enormi pareti di mattoni lucide di pioggia, la fretta, la fretta, l'oasi di central park e del Grey Dog Café. Su di me, che in fondo ero un po' impaurito e spaesato, si riversava la forza di un linguaggio nuovo, banalmente non europeo, senza filtri. Meraviglioso e terribile, per me che mi trovavo in quelle strade non solo per lavorarci tre mesi, ma per lasciare che il mistero del diverso mi sconvolgesse un po'. New York mi parlava con quel suo linguaggio senza filtri; così violento, così dolce. Così abile nel lasciarmi accettare ciò che non conoscevo, così disinvolto nel lasciare che la meraviglia del nuovo mi scuotesse come il ramo al vento.
Nel 1966 Pasolini metteva piede, per la prima volta, nella grande mela: al festival cinematografico davano due dei suoi film, lui ci veniva per cortesia. Oriana Fallaci, in Un marxista a New York, racconto di quei giorni con lui. Su L'Europeo scriveva: <<Pasolini resta fermo a fissarli, con la sua camicia da galeotto, i suoi occhi sono umidi, buoni, quando sussurra: "Questa è la cosa più bella che ho visto nella mia vita. Questa è una cosa che non dimenticherò finché vivo. Devo tornare, devo star qui anche se non ho più diciotto anni. Mi sento come un bambino di fronte a una torta tutta da mangiare, una torta di tanti strati, e il bambino non sa quale strato gli piacerà di più, sa solo che vuole, che deve mangiarli tutti. Uno a uno">>. Pasolini, Fallaci, New York: ognuno con una gran fame.

ho voglia di andare in vacanza
sto rallentando perche a poche decine di metri il semaforo è rosso, quando una macchina sportiva quasi mi obbliga a sbattere contro il marciapiede per evitarla: passa a forte velocità tra me, l'autobus che mi precede e l'auto alla mia sinistra, per poi fermarsi al semaforo dopo avere ormai sorpassato anche l'autobus. avendo il motorino, raggiungo l'auto e l'affianco, facendo notare al conducente che è pericoloso guidare in quel modo. il ragazzo alla guida, che non ha più di 25 anni, resta un attimo perplesso, ma prontamente si riprende e mi dice che tutti per strada rischiano la morte, e che come la rischia lui così è ovvio che anche io la debba rischiare. ma la rabbia per essere stato ripreso gli monta e dopo un attimo di silenzio mi chiede se forse non preferisco essere messo sotto. gli rispondo se non preferisce che chiami la polizia. a quel punto scende dalla macchina, avvicinandosi a me e gridando che sono un figlio di puttana, chi chiami tu? la polizia? quegli infami dei carabinieri? sei un infame, ti metto sotto, e risale in auto solo perchè il semaforo ormai è verde e le auto dietro di lui suonano. io, che nel frattempo me ne sono stato zitto, gli resto alle spalle. allora lui insiste, non avanza, e continua a darmi dell'infamone, parti se hai il coraggio che ti metto sotto!, finché è costretto a partire incalzato dai clacson. si avvia per la rotonda ma mi tiene d'occhio nello specchietto e quando gli sono vicino rallenta di colpo, sterzando per urtarmi. gli grido che è un coglione, risponde che sono un infamone e di nuovo mi insulta a finestrino abbassato. facciamo, del tutto casualmente, ancora un tratto di strada insieme, con lui che mi tiene d'occhio, finché tra di noi si mette un'altra auto sportiva e lentamente lo perdo di vista scivolando tra le macchine.
cosa fa uno a cui è stata rubata una vespa? per esempio, va in bici. e cosa fa uno a cui è stata rubata anche la bici? per esempio, si incazza. però poi si attacca, ad esempio al tram, e va a piedi. almeno le scarpe, quelle non gliele dovrebbero rubare: tutt'al più, gliele possono fare. così va il mondo, gente. in parlamento si eleggono presidenti della repubblica talmente vecchi che rischiano di farfugliare il giuramento per piorrea incalzante. negli stati uniti, invece, una coppia di vecchietti affitta la pagina di un giornale per salutare la scomparsa del povero gatto 23enne: requiescat in pace. e se in uffici di periferia non a norma di legge c'è chi giura di aver visto poster di paperino appesi a pareti tirate a nuovo, evidentemente la banda bassotti si è scatenata in piazzale lodi qualche sera fa, sbriciolando una catena verde e lasciando che gli investigatori brancolino nel buio. mi hanno fregato pure la bici, governo ladro! quanti culi (intesi come parti anatomiche) si erano seduti su quel manubrio a bacchetta: dalla bocconi a piazzale loreto, dall'oratorio a casa, lungo i bastioni di porta venezia, eravamo spesso in due e sapeva sempre di sole negli occhi, di milano per una volta bella, cazzo! Io non vedevo dove andavo, il passeggero aveva mal di culo e la gente per strada ci guardava come marziani: basta così poco per sentirsi fighi. ma prima la vespa, ora la bici: allora un pischello, anche stavolta uno stronzo. Vorrei riavere la mia bianchi lusso da donna: canna ri-saldata, freni ballerini e camera d’aria affidabile come provenzano all’antimafia, ma pedalava che era una meraviglia. volevo solo metterle il campanello e stringere il bullone del faro, poi si poteva passare all’ammazzacaffé. niente, insomma: morto un papa se ne fa un altro. da settimana prossima si cambia, si passa al moderno: cerchi di alluminio, cambio shimano, telaio in immondizia pressata – è metallo europeo fuso in bangladesh e reimportato impoverito!, mi aveva detto il ciclista cladestino di lambrate – è la bici del mio nuovo corso professionale, europeista poco vintage. eppure, dietro l’angolo già tramano nell’ombra. giurano e spergirano di averla vista, mentre alcuni trailers già preannunciano un remake, un dejà vu dal passato glorioso che non si rassegna e che vuole tornare. È sempre con fasce bianche, su tutto quel blu, coming soon…